I borghi del Giro d'ItaliaL'Italia dei borghi

I borghi del Giro d’Italia 2021 – Tappa 11

Perugia – Montalcino (Brunello di Montalcino Wine Stage)
162 km

La  tappa 11 è la magnifica del vino e delle sterrate, che prevedono un percorso totale di 35,200 km a partire dal 92° km e che si suddividono in quattro tronconi, rispettivamente: 9.1, 13.5, 7.6 e ancora 9.1 km.

Nella splendida val d’Orcia che tutto il mondo ci invidia c’è atmosfera da Strade Bianche e le polveri che alte si levano al passaggio dei ciclisti, da un lato, ne sottolineano la foga agonistica e, dall’altro, permeano di mistero e rimandano ai secoli passati.

Si parte da Perugia e dopo una trentina di chilometri si entra in Toscana, nella provincia di Siena per addentrarci nel cuore della val d’Orcia, a San Quirico d’Orcia.

Nell’armoniosa sintesi del paesaggio toscano, il borgo è attorniato da oliveti, vigneti e boschi di querce, e costituisce con altri cinque comuni buona parte del Parco Artistico Naturale Culturale della Val d’Orcia. Lo storico Franco Cardini ha definito San Quirico d’Orcia «la vera capitale» della Val d’Orcia, per essere giusto al centro e  per la storia ultramillenaria legata alla via Francigena, poiché attraversato dalla Tappa 35 che da Ponte d’Arbia arriva a San Quirico e dalla Tappa 36 che da San Quirico conduce a Radicofani.
L’origine è lontana e risale agli etruschi, ma la prima menzione si colloca nell’Alto Medioevo e data 712  per una contesa nata tra  la diocesi di Siena ed Arezzo, mentre nota dal 714 è la sua pieve. Nell’area a sud di Siena ricoprì un ruolo sempre crescente nei secoli e dal XII secolo si consolidò, quando divenne residenza del funzionario imperiale. Nel 1154 Federico I Barbarossa vi si accampò per trattare la sua incoronazione a imperatore con gli ambasciatori di Papa Adriano IV.  Per tutto il Medioevo l’oro di San Quirico d’Orcia fu lo zafferano, soprattutto esportato in Germania, e la sua produzione interrotta per 500 anni, si sta riprendendo negli ultimi decenni.

È uno dei modelli più alti di urbanistica medievale del Senese, con il  suo centro storico dalle stradine lastricate e  con diverse fontane di pietra.
La Collegiata dei Santi Quirico e Giulitta, ex pieve ed elevata nel 1648, presenta all’esterno tre portali, realizzati in epoche differenti.
A ovest c’è il portale romanico (XII sec.) che parrebbe opera maestranze lombarde. Riporta immagini di bestiari di tradizione pagana nei capitelli e sull’architrave: aquile, coccodrilli, sirene. Nel protiro la figura di San Quirico è confermata dall’iscrizione che lo incorona e, in alto, un rosone a otto raggi rarissimo nell’architettura religiosa in Toscana.

Il lato destro della chiesa presenta due portali verso sud. Il primo è attribuito a Giovanni Pisano, in quegli anni operante al Duomo di Siena, e che sembra attestato dall’iscrizione scolpita nel timpano IOHES, che sta per IOHANNES, ma che potrebbe riferirsi a Giovanni Battista, dato che all’interno era in prossimità del battistero. Ma esiste la possibilità che il costruttore abbia voluto fare riferimento a entrambe le cose.  Stilisticamente verso il gotico è sormontato da una cuspide e sostenuto da due telamoni, sopra a leoni stilofori, di cui quello di sinistra rappresenterebbe un soldato romano (simbolo del mondo pagano e guerrafondaio) e quello di destra un pellegrino cristiano (simbolo della pace offerta dal Cristianesimo).
Il terzo portale è più prettamente gotico, comprovato dall’iscrizione della data 1298 e segna il termine della prima fase architettonica. della Collegiata.

Il primo (1080) è un magnifico esempio di romanico, e il portale di mezzogiorno duecentesco è attribuito a Giovanni Pisano. L’altro protiro equilibra il romanico e il gotico. All’interno degni di nota sono il trittico quattrocentesco di Sano di Pietro, gli elementi barocchi, e il coro ligneo è opera di Antonio Barili a cavallo tra il 1483 e il 1504. In origine i pannelli erano diciannove e collocati alla cappella di San Giovanni Battista del Duomo di Siena, ma dal 1600 in poi vennero smontati per l’umidità e nel 1664 il Marchese Flavio Chigi acquistò le sette tarsie meglio conservate. Dal 1979 si trovano dietro l’altare maggiore nella Collegiata in una successione differente da quella originaria, mentre il pannello con l’autoritratto dell’autore è custodito nel Museo dell’Arte Artigianale di Vienna e le altre sono andate perdute.

A fianco della collegiata il palazzo comunale di San Quirico d’Orcia, che ha sede nell’edificio voluto dal cardinale Flavio Chigi e costruito, nella seconda metà del XVII secolo, dall’architetto Carlo Fontana con il contributo di numerosi artisti tra cui Domenico Paradisi e Paolo Albertini. Proveniente dalla collegiata vi si trova esposto il bassorilievo romanico in onice (metà del XII sec.) che in origine si presume fosse il frontale di un altare o una porzione di pulpito, che nel XVII secolo è stato sostituito dal coro barocco. Sulla scultura sono raffigurate scene della vita di Abramo. Da sinistra; nella prima scena, la moglie Sara con in braccio il figlio Isacco, Abramo, la serva Agar con il figlio Ismaele; nella seconda rappresentazione, l’angelo che ferma la mano di Abramo pronto a sacrificare Isacco. In basso a destra, sotto l’altare del sacrificio, il capro che sostituirà il figlio nell’offerta a Dio.

Di fronte è sito il Palazzo Pretorio, vicino al quale sono visibili due caratteristiche porte del morto, strette aperture ricavate dai padroni di casa da cui facevano uscire i feretri dei loro defunti per poi, alla fine delle esequie, murarle in modo da impedire all’anima del defunto di ritrovare la via di casa. Questa superstizione medievale, che si traduce simbolicamente in atto di separazione tra il mondo dei vivi e quelo di morti, affonda le sue le radici in riti pagani.

Posti tra le mura castellane e la piazza principale del paese, accanto alla medievale Porta Nuova, emergono in magnificenza gli Horti Leonini, giardini all’italiana realizzati da Diomede Leoni intorno al 1580, quando per la prima volta si crearono parchi senza una villa di riferimento, ma destinati alle visita dei pellegrini del vicino Spedale della Scala. Sono disposti in lieve salita, con in basso l’area più artificiale che porta a un prato a forma di croce, simbolo di alcune beatitudini o virtù cristiane e che presenta aiuole di bosso dalle forme geometriche; in alto l’area naturale e boscosa. È possibile identificare i resti della torre del Cassero, un’antica torre medievale di oltre 39 metri, distrutta durate la Seconda Guerra Mondiale. Da non perdere, ogni anno da luglio a ottobre, la mostra internazionale di scultura contemporanea Forme nel Verde, ideata nel 1971 da Mario Guidotti.

Sulla piazza principale si affaccia la chiesa di San Francesco, detta «chiesa della Madonna»,  dove all’esterno figura qualche elemento di gusto gotico e che nei secoli è stata oggetto di numerosi rimaneggiamenti. All’interno si compone di navata unica con quattro altari laterali e custodisce diversi tesori. È di gran pregio la Madonna Annunciata di Andrea della Robbia (inizio XVI sec.),  traslata nel 1870 dalla cappella di Vitaleta. Fra le altre opere presenti: le statue lignee policrome Angelo Annunciante e Vergine Annunciata (inizio XV sec.) di Francesco di Valdambrino; la Visitazione (inizio XVII sec.) di Ventura Salimbeni; un Crocifisso (prima metà del XV sec.) di scuola senese; l’Immacolata Concezione e la Predica di San Giovanni Battista (1597) dell’Empoli.

Incorniciato fra colli e cipressi a Quattro chilometri verso sud da San Quirico si trova la frazione di Bagno Vignoni, borgo noto per le sue acque termali già conosciute in epoca etrusca per le proprietà terapeutiche e salutari. Nel medioevo vi soggiornarono personaggi illustri come Santa Caterina da Siena e Lorenzo de’ Medici. Il centro si è sviluppato attorno alla  piazza delle Sorgenti, una vasca rettangolare (50 x 30 m) di origine cinquecentesca contenente una sorgente di acqua termale calda che ribolle, proveniente da una falda sotterranea di origini vulcaniche. È circondata da case in pietra, balconi fioriti, piazzette, botteghe di artisti e artigiani.

I versi cinquecenteschi Ninfe delle fonti e dei fiumi del senese Lattanzio Tolomei furono scolpiti su una colonna del loggiato di Santa Caterina a bordo vasca:

O Naiadi che abitate questi caldi vapori liberando il fuoco perenne fra le onde restituendo col vostro eterno fluire i sofferenti liberi dalla morte odiosa, io vi saluto, e voi donate acque copiose. Scorrete leggiadre o buone sorgenti e portate agli infermi col vostro fluire la salute ed ai santi un bagno dolcissimo. Entrambi vi saranno grati.

Un luogo magico che è stato set per diversi film. Nel 1982 il regista sovietico Andrej Arsen’evič Tarkovskij ambientò molte scene del film Nostalghia che l’anno dopo vinse il Grand Prix du cinéma de création al festival di Cannes. Nella piazza delle Sorgenti è ambientata una scena del film Al lupo al lupo (1992). di Carlo Verdone. Nel 2014 sono state girate alcune scene da Luca Miniero regista del film La scuola più bella del mondo.

Le acque che fuoriescono si dirigono verso Parco naturale dei Mulini, dove passano su una rupe calcarea e precipitano verso il fiume, dividendosi in rigagnoli che vanno a creare cascatelle e concrezioni, mentre la parete nasconde quattro mulini sotterranei, che daterebbero al XII secolo, con le loro vasche di accumulo (le ex terme libere). I primi due sono scavati nella roccia e vengono chiamati  Mulino di Sopra e Mulino Buca, mentre sotto il Mulino di Mezzo è in parte fuori terra (le stanze delle macine) e in parte sottoterra (i locali delle ruote). Il Mulino da Piedi è un rudere sommerso dai rovi. Rimasero attivi fino alla metà degli anni Cinquanta con la particolarità di funzionare anche d’estate durante i periodi di secca. Altre acque alimentano gli stabilimenti termali del borgo. In posizione dominante sul panorama della valle, si erge la medievale Rocca di Vignoni. Al suo interno la pieve in stile romanico.

A est di San Quirico, sulla sterrata panoramica verso Pienza, si trova in cima a una collina una dei punti più fotografati dell’intera Val d’Orcia, la cappella della Madonna di Vitaleta di origine tardo-rinascimentale e ricostruita in parte a fine 1800. Altro scenario trai più scenografici caro ai fotografi è sulla Cassia in direzione I Triboli si giunge a due gruppi di cipressi isolati sulle colline, alberi  che sono il simbolo della Toscana.

Si lascia a malincuore un posto come questo, ma c’è l’eccitazione per il  primo sterrato e il secondo borgo che ci aspetta non ci deluderà

A una ventina di km giungiamo a Buonconvento, che è annoverato tra i Borghi più belli d’Italia nella pianura bagnata dai corsi dei fiumi Arbia e Ombrone, e attraversato dal tratto sud della via Francigena, lungo il percorso che va da Ponte d’Arbia a San Quirico d’Orcia (tappa 35).

Il nome Buonconvento viene da Bonus Conventus che significa «buona adunanza» di chi vi si trasferì attratto dalla fertilità della terra e dai vantaggi della posizione. Verso la metà del 1200, il borgo si affermò come centro di transiti e scambi commerciali, fino ad assumere, all’inizio del secolo seguente, una fisionomia sempre più importante nel sistema di amministrazione e di difesa militare del contado di Siena.

Dal 1379 lo racchiude una cinta muraria in origine con due porte di accesso poste alle estremità della via principale: Porta Senese a nord, che conserva gli originari infissi in legno con ferrature; Porta Romana, a sud, distrutta nel 1944 dai tedeschi in ritirata.

Il nucleo più antico è attraversato sull’asse nord-sud da via Soccini, che prende il nome da un’antica famiglia particolarmente influente, e sulla quale si trovano i palazzi più importanti. Risale al 1385 il Palazzo Podestarile con la torre civica a pianta rettangolare del secolo XIV e i due archi gotici sulla facciata, dove vi compaiono 25 stemmi in pietra dei podestà del passato.

Altre due vie importanti che si vanno a raccordare con quella principale, e come questa lastricate in pietra, sono la via del Sole a est e quella a ovest conosciuta come via Oscura.

In via del Sole gli edifici sono più popolari, poiché fino agli anni Trenta ci vivevano famiglie di vetturali, barrocciai, addetti al trasporto merci. La prima porzione di via Oscura viene chiamata «chiasso buio» che è la zona più caratteristica con una sequenza di sovrappassi con archi a tunnel intermittenti dagli effetti di chiaroscuro e una parte della strada a selciato medievale.

Impiantata su un crinale, lungo il tracciato della Via Francigena, s’incontra la pieve di San Innocenzo a Piana, detta anche chiesa dei Santi Innocenti a Piana, che è attestata già nel 1081 e forse retta dai canonici della Metropolitanadi Siena.

Nel complesso pare una grancia o una fattoria e si struttura in diversi corpi di fabbrica distribuiti attorno alla corte interna, che a destra è definita dal corpo della chiesa e sugli altri tre lati dalla canonica. La chiesa ha la facciata a sudovest e l’abside a nordest e mostra due fasi di costruzione. La prima (X-XI sec.) dai severi tratti romanici mostra: tetto a capanna, porta con sovrastante arco a tutto sesto, finestrone centrale, parato a fasce di pietra chiara separate da un filaretto di pietra più scura. Sul lato nordest il campanile ha un basamento a grossi blocchi di pietra con altri locali collegati alla chiesa.

All’interno si sviluppa con pianta a croce latina e copertura a capriate e rivela tracce di affreschi sulla parete destra che un tempo dovevano decorarla in toto.  Il frammento meglio conservato s’inquadra in una cornice a quadrilobi e rappresenta una santo con un’altra figura inginocchiata e di dimensioni minori, forse lo stesso committente. Il restauro del 1933 ha eliminato gli altari barocchi e ripristinato l’altare in pietra sotto un arcone decorato con la San Pietro a mezzo busto tra due angeli. Le panche e i confessionali sono stati restaurati in stile neoromanico.

Il territorio di Buonconvento ospita due musei di notevole interesse: il Museo d’Arte sacra della Val d’Arbia e il Museo della Mezzadria Senese.

Il Museo d’Arte Sacra della Val d’Arbia è ospitata nell’edificio ottocentesco di Palazzo Ricci-Socini. Nel 1907 la famiglia Ricci ne ha affidato la ristrutturazione all’architetto Gino Chierici che gli ha dato un’elegante facciata in stile floreale, con decorazioni interne di pregio.
La collezione ospitata è il risultato di un’accurata ricerca iniziata nel 1926 su iniziativa del parroco Don Crescenzio Massari che ha allestito una sala, vicino alla pieve, con opere raccolte nelle sagrestie e nei depositi.

Nel 1979 quando viene istituito il  museo, dapprima in Palazzo del Glorione e nel 1998 trasferito nella sede attuale. Si tratta di una collezione di grande rilievo con nomi importanti dal Duecento al Seicento, come: Madonna col Bambino (1295 ca.) di Duccio di Buoninsegna, Madonna con Bambino (metà XIV sec) di Pietro Lorenzetti, Madonna con Bambino e due angeli (1375 ca) di Luca di Tommé, Madonna con Bambino tra santi (1460 ca.) di Sano di Pietro, Madonna con Bambino (1470 ca.) di Matteo di Giovanni, Assunzione di Maria (1490 ca) del Maestro di Montepertuso, Madonna che allatta il Bambino del Brescianino, e le grandi pale d’altare di scuola senese di Rutilio Manetti, Bernardino Mei, Francesco Vanni e Pietro Sorri. Merita una segnalazione la grande pala di Girolamo di Benvenuto.

A ridosso della cinta muraria è allestito in un’antica fattoria, dalle principali strutture architettoniche integre, il Museo della Mezzadria Senese. È nato grazie a un intervento di valorizzazione del precedente Museo della civiltà contadina ed è stato inaugurato nel settembre 2002.

Il museo etnografico mette in mostra la vita e il lavoro dei contadini dal XII secolo fino alla seconda metà del XX secolo e raccoglie testimonianze sulla mezzadria che ha rappresentato un fenomeno storico e sociale rilevante che ha coinvolto la maggior parte della popolazione agricola toscana e di cui  Buonconvento può essere considerato l’emblema. Nella seconda sede del museo di arte sacra, Palazzo del Glorione, ora è ospitato al piano terreno il Museo della Confraternita della Misericordia, con l’interessante Oratorio dS. Sebastiano (XVI sec.), che ha un mirabile cancelletto di ferro battuto.

Una storia particolare aleggia sulla bella Villa La Rondinella (1910)  in stile floreale, altra opera dell’architetto Chierici, che si trova su una collinetta lungo la via Cassia verso Roma. Si racconta che un giovane benestante vi abbia investito il suo patrimonio per dedicarla a una donna nota a livello locale, che è forse ritratta sulla facciata, con l’intento di conquistarla per la vita. Pare che prima di ultimarla sia stato costretto ad arrendersi e a  venderla a uno zio.

La leggenda narra della visione di fantasmi all’interno della villa e altri fenomeni paranormali accaduti nell’oltrepassare il cancello, forse per la sfortuna o l’idealizzazione della figura femminile. Il complesso comprende una coppia di costruzioni attigue e un giardino che circonda la casa per quattro lati.

Ripartiamo per affrontare gli altri tre sterrati sul tracciato e inforcare l’anello che porta all’arrivo.

Oggi la gara si conclude a Montalcino nella terra del vino famoso in tutto il mondo, il Brunello, ed è al termine di una discesa a 4km dall’unico GPM di categoria 3, transitato per due volte e dalla località con il nome evocativo di Passo del Lume Spento.

Adriana Maria Soldini

 

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