I borghi del Giro d'ItaliaL'Italia dei borghi

I borghi del Giro d’Italia 2021 – Tappa 20

Verbania – Valle Spluga – Alpe Motta
164 km

 

Con la tappa 20 il Giro dà l’addio al Piemonte, grande protagonista di questa edizione.

Di lago in lago, ma che non inganni, perché il contatore dei metri di dislivello arriva fino a segnare 4.200. È una super tappa sulle Alpi con sconfinamento in territorio svizzero; è l’ultima di montagna e l’ultima in linea.

Davanti ai ciclisti si prospetta un saliscendi con tre GPM di categoria 1. Dopo il primo tratto in pianura inizia l’ascesa interminabile al Passo di San Bernardino con i suoi 24 km e lo scollinamento oltre i 2.000 m. E senza pausa se ne inizia un’altra con una vetta superiore, il Passo dello Spluga, con una discesa molto impegnativa, seguita dall’ultima salita verso il traguardo.

La partenza è nella città natale del campione del mondo Filippo Ganna, Verbania.

Noi ci fermiamo dopo poco più di 17 km al primo traguardo volante di giornata, Cannobio, dove sventolano tre bandiere: blu delle acque, arancione del TCI, gialla dei comuni ciclabili.

Questo comune frontaliero con la Svizzera sulla riva nordoccidentale del Lago Maggiore, è stato definito la «Porta d’Europa» ed è posto allo sbocco della Valle Cannobina. Gli oltre 5.000 abitanti sono distribuiti su una superficie sorprendentemente vasta che si attesta a 52.53 km2.

Una frequentazione preromana pare essere più che probabile, ma di certo quando passò sotto l’impero di Augusto la sua posizione strategica lo rese di notevole interesse sia a livello militare sia commerciale.
La prima menzione documentata di Cannobio è datata 909, e vent’anni dopo risulta essere sede di una curtis regia. È comprovato che già nel 1207 era in possesso della qualifica di «borgo» e godette di autonomia amministrativa decretata dagli Statuti del Borgo e della Pieve di Cannobio (XIII sec.), che finì nel 1342 con la volontaria sottomissione ai signori di Milano, Luchino e a Giovanni Visconti. In seguito passò sotto gli Sforza (1450), gli Spagnoli (1535-1714), e a Maria Teresa d’Austria fino al 1748, quando divenne parte del Regno di Sardegna. Durante il Risorgimento riuscì a respingere un attacco austriaco via lago (27-28 maggio 1859) e ricevette la visita di Giuseppe Garibaldi (1862).

Oggi, Cannobio è una delle più importanti e apprezzate località turistiche della provincia. Il «Borgo», centro storico di stampo medievale dalle strette vie acciottolate, si sviluppa da via al Castello ed è arricchito dalle strutture sorte nei secoli tra il XVII e il XIX, le chiese barocche e i palazzi, come il cinquecentesco Palazzo OmaciniPalazzo Pironi con un profilo simile alla prua di una nave. Su via Giovanola si trova il  Palazzo della Ragione (1291), detto «Parasi», a ridosso della torre comunale. Eretto sotto il governo del podestà Ugolino da Mandello l’antica sede del «Banco di Giustizia» è ora per la comunità «Centro della Cultura». Restaurato tra il 2012 e il 2014 ospita sotto al portico con volte a botte due sarcofagi romani di serizzo, lapidi, rilievi e stemmi del XIV secolo.

Il pittoresco lungolago di Cannobio è una delle passeggiate più scenografiche del Lago Maggiore. Partendo da sud, in località Amore, è presente un leone di marmo, scultura di Giulio Branca per ricordare la vittoria sugli austriaci del 1859. Nell’insenatura si susseguono le vecchie case dei pescatori, per poi arrivare a piazza Vittorio Emanuele III, il fulcro della vita di comunità che ospita anche un grande mercato.

Proseguendo per circa 100 m s’incontra il Santuario della Santissima Pietà con la sua storia particolare. Dove oggi sorge l’edificio sacro nel Cinquecento continuava la cortina di case e di palazzi.

Nell’inverno 1522 avvennero fatti miracolosi nella casa dove abitava la famiglia di Tommaso Zaccheo. Appeso alla parete della camera superiore il piccolo dipinto su pergamena raffigurante Cristo in Pietà tra Maria e Giovanni evangelista (27,5 x 30 cm) fu visto sanguinare più volte dalle ferite del corpo di Gesù, esattamente nei giorni:  8, 9, 10 e 28 gennaio; 4 e 27 febbraio. Gocce di sangue finirono sulla cassapanca sottostante e, la sera del 9, una piccola costola uscì dal costato ferito del Cristo e cadde sopra la tovaglia. Venne raccolta in un calice e portata in processione fino alla parrocchiale, dove ancora si trova all’interno di un reliquiario donato nel 1605 dal cardinale Federico Borromeo.

Due anni dopo il miracolo fu creata la Confraternita della Devozione che si occupò di ristrutturare le stanze superiori della casa, e vi fece una piccola cappella. Fu San Carlo Borromeo a volere l’edificazione del santuario e celebrò la sua penultima messa proprio lì, a Cannobio nel 1584. Più tarda è la facciata in granito rosa di Baveno (1908) di Febo Bottini, adorna di due Angeli con i simboli della passione e dal medaglione bronzeo, al cui interno racchiude la rappresentazione miracolosa della Pietà, opera di Luigi Branca. Degni di nota sono il portale ligneo, dove sono rappresentate la Pietà e la Vergine del Rosario, e il tiburio, opera gemella di Madonna di Ponte a Brissago (CH) e di Madonna di Campagna di Pallanza. Il quadretto del miracolo è custodito dentro una nicchia al centro dell’altare maggiore, sotto la tavola di Gaudenzio Ferrari e i panni macchiati dal sangue sono nell’urna posta sotto la mensa.
Per ricordare gli eventi miracolosi a Cannobio la notte del 7 gennaio si tiene la processione, che porta le reliquie da San Vittore al Santuario, rischiarata da migliaia di lumini lungo le vie e sulle barche, mentre le luci artificiali vengono spente. La celebrazioni ha diversi nomi: festa del Miracolo, festa dei Lumineri, o ancora festa delle luganighe, per via del tradizionale piatto con l’insaccato di carne bovina, preparato per quella sera. Anche nei ristoranti del paese c’è un unico menù: luganighe con patate lesse e verze e come primo la minestra di pasta e fagioli. Una cena semplice e povera come di cinque secoli addietro nella locanda.

La settecentesca chiesa parrocchiale di San Vittore, conosciuta anche come «collegiata di San Vittore» e «pieve di San Vittore martire», era già esistente nel 1076 e vide l’aggiunta del campanile romanico agli inizi del Duecento. Sulla torre campanaria in origine erano presnti due campane: una, per le celebrazioni religiose; l’altra per le convocazioni civili e le pene capitali.

La chiesa divenne centro spirituale e amministrativo della circoscrizione ecclesiastica e fu completamente riedificata nella prima metà del Settecento. Dall’antica cupola si trasse un ambiente con accesso tramite una stretta scala, dove si conserva il reliquiario con la Sacra Costa del miracolo. Conserva opere di pregio come il crocefisso del Cinqucento e il portale ligneo scolpito a fianco dell’altare maggiore.

Andando avanti, si susseguono palazzi policromi sorti tra Settecento e Ottocento, provvisti di porticati sotto cui si alternano negozietti, caffè e ristoranti, che ne fanno un elegante salotto con vista sul Lago Maggiore.

Dalle acque del lago emergono su due isolotti rocciosi a breve distanza dalla riva i castelli di Cannero, che in realtà sono i ruderi della Rocca Vitaliana, costruita da Ludovico Borromeo tra il 1519 ed il 1521 come difesa dell’Alto Lago Maggiore. Fu costruita sui i resti del castello della Malpaga, la fortificazione quattrocentesca della terribile famiglia dei Mazzarditi che si macchiò di crimini e violenze sulla popolazione.

La leggenda narra che, dopo la sconfitta contro i Visconti, vennero gettati nel lago con un sasso al collo. Si dice che ancor prima loro stessi buttarono in acqua i loro forzieri per evitare che il duca Filippo Maria Visconti se ne appropriasse, e  che nelle giornate nebbiose un veliero fantasma navighi intorno al castello cercando l’oro. Invece, la storia racconta che per punizione i Mazzarditi furono banditi per quindici anni dal paese, dove poi tornarono. L’isolotto a est presenta massicci muraglioni e alcuni torrioni con tracce di merlatura; quello a ovest, un torrione mozzo e alcuni grossi tronconi di muraglie.

Il vasto territorio comprende frazioni che sono luoghi ricchi di arte e cultura.

In posizione sopralevata su un uno sperone roccioso che dà sul lago il borgo antico di Carmine Superiore è un esempio ben conservato di ricetto medievale, raggiungibile solo a piedi dalla frazione sottostante di Carmine Inferiore. Vi ospita la chiesa trecentesca di San Gottardo, dedicata al vescovo sassone che avrebbe soggiornato qui in viaggio verso Roma. Costruita in una prima fase tra il 1332 e il 1401, e in una seconda fino al 1431, la chiesa è formata da due corpi fabbrica su livelli diversi, e nel 1574 fu consacrata dal cardinale Carlo Borromeo.

Scene bibliche sono affrescate dentro e fuori, per la più parte attribuite al «Maestro di carzoneso». Due trittici cinquecenteschi attribuiti a Battista da Legnano e a Giovanni Battista de priori e Galdino da Varese sono stati trasferiti a Cannobio, nella chiesa di San Vittore.

La zona di Cannobio è ricca di fonti, di cui la più nota è la fonte dell’acqua Carlina nella valle di San Carlo per le sue proprietà terapeutiche contro: renella, gastrite, irritazioni del dell’intestino e del ventricolo.

A Traffiume è da non perdere l’orrido di Sant’Anna, un burrone di 25 m creato dall’erosione delle acque del torrente Cannobino con speroni e strapiombi sopra ad acque profonde e verdissime, sormontate in due punti da ponti, tra cui il più antico è detto «dell’agostana».

Il nome viene dal Santuario di Sant’Anna (1638) fatto edificare da gente residente a Roma, ma originaria del posto. Da segnalare: le colonne tortili in marmo nero dell’altare maggiore, i dipinti sulla vita della santa, la cappella affrescata della Madonna di Loreto che ne è l’abside, e forse preesistente alla chiesa.

Ogni due anni si tiene la sacra rappresentazione Presepe Vivo, a cura del gruppo di San Bartolomeo, resa celebra per la maestosità e la fedeltà ai minimi dettagli su quanto raccontato nei vangeli.

Varchiamo il confine con la Svizzera e attraversiamo Canton Ticino e Grigioni, per poi rientrare in Italia dalla Lombardia. La trentina di chilometri che mancano all’arrivo sono percorsi nella provincia di Sondrio e il tragitto si addentra in diverse gallerie.

Prima di affrontare l’ultima serie di tunnel ci fermiamo a visitare Campodolcino.

È un paese della Valchiavenna, adagiato su un grande pianoro lungo il fiume Liro e all’incontro con la valle del torrente Rabbiosa, suo corso d’acqua secondario.

Il toponimo Campodolcino è attestato nel 1186 e fa riferimento alla posizione che occupa su una zona piana e allargata.

Si sono ritrovate tracce di primi insediamenti umani a Pian dei Cavalli a quota 2.000 m, datati intorno al 10.000 a.C. e riferibili al paleo-mesolitico. Nella zona sono stati ritrovati resti di ripetute frequentazioni vicino a risorgive d’acqua, come la località detta «Buco del Nido», sul lato nordovest dell’altopiano carsico. Un ruolo notevole lo ebbe all’epoca romana, come luogo di passaggio e di sosta sulla via dello Spluga. In seguito fu incluso nel Contado di Chiavenna, nelle signorie dei Visconti e degli Sforza, per poi passare nel 1512 ai Grigioni fino alla proclamazione della Repubblica Cisalpina

Dal 1205 le attività amministrative dell’antico Comune di Valle San Giacomo, hanno avuto sede in frazione Corti, fino a quando il governo del lombardo-veneto lo suddivise nei tre comuni: Campodolcino, Isola (poi Isolato, oggi Madesimo) e San Giacomo Filippo.

Qui, si trova un edificio storico che in origine fu la locanda cinquecentesca dei Chiaverini e che oggi è il nucleo originario dell’edificio detto Palàzz, oggi sede del Museo della Via Spluga e della Val San Giacomo (Mu.Vi.S.) con un percorso sulla storia e le tradizioni della Valle Spluga. Nel 1777 lo stabile venne acquistato dall’abate Antonio Foppoli di Mazzo di Valtellina, accademico dell’Arcadia, che lo ristrutturò e fece realizzare una cappella negli spazi della scuderia e del fienile, poi decorata dal pittore Antonio Guidetti (1786). Poi l’abate lo passò al Consorzio delle Frazioni Corti e Acero, tuttora proprietario. La mostra archeologica del Pian dei Cavalli è tra le testimonianze più significative con reperti archeologici databili tra il 10.000 e il 6.000 a.C., soprattutto di cacciatori mesolitici, e con il plastico di una porzione degli scavi.

Sono presenti gli attrezzi di mestieri antichi come dei grapàt (distillatori di vinacce), i cavatori e i legnamè (falegnami). Sono allestite 4 stüe («stufe»), tre del Settecento ed una decorata e datata 1576, una cucina del XVIII secolo. All’ultimo piano è stato parzialmente ricostruito un cardèn («casa di legno») a uso abitativo del 1727, proveniente dalla località Mottaletta e donato dalla famiglia Volpi-Spelzini. Altre sezioni tematiche sono dedicate a: storia del Palàzz, Consorzio e Abate Foppoli, Opera di don Guanella, geologia e ambiente alpino, nascita del turismo e degli sport invernali, lavoro femminile, giochi dell’infanzia.

È possibile usufruire della biblioteca specialistica sulla montagna e dell’archivio che custodisce una ricca collezione di cartoline d’epoca e interessanti documenti di vario genere. Conserva opere d’arte e letterarie, tra cui  le stampe originali delle serie dedicate all’apertura dello stradale dello Spluga (1822). Inoltre il MUVIS è sede dell’Ecomuseo Vallespluga e del suo centro di documentazione e interpretazione della memoria storica locale.

In frazione Fraciscio si trovano diverse strutture di un certo interesse.

C’è la casa natale di San Luigi Guanella (19.12.1842-24.10.1915). Ordinato sacerdote nel 1866 si legò per tre anni a Don Bosco e vent’anni dopo fondò a Como la Congregazione delle Figlie di S. Maria della Provvidenza. Non fu l’unica, ma creò altre opere caritative anche in Svizzera e negli Stati Uniti. Nel 2011 è stato Papa Benedetto a proclamarlo santo.

La parte più antica della casa è della prima metà dell’Ottocento, come attesta l’iscrizione sull’architrave d’entrata «18L G35», e fu ristrutturata per l’ultima volta nel 1999, quando venne suddivisa in due parti, storica e residenziale. Sulla facciata è dipinta una Madonna (1862) a opera dello stesso religioso. Il piano terra, destinato un tempo a stalla e fienile, ha la sala camino per gli incontri e la sala giochi.

Al primo piano c’è un soggiorno con alcuni mobili originali e oggetti di famiglia, e i ritratti dei genitori. Una porticina interna conduce alla camera dei suoi, dove lui nacque. Una scala ripida porta al secondo piano con un corridoio, dove si trova una libreria con alcuni scritti di Don Guanella, e la stanza dei fratelli ora museo. Al terzo piano ci sono la cameretta della sorella Caterina e quella a lui riservata per le vacanze al ritorno dal seminario, dove lui dipinse sul soffitto un cielo stellato.

Davanti alla casa c’è un monumento dedicato a lui, alla sua famiglia, e alle persone di cui si prese cura nella sua attività sacerdotale. È un’opera di Alfredo Vismara ed è stata inaugurata il 23 ottobre 2005, in occasione dei 150 anni da quando lasciò la piccola frazione il 7 novembre 1854.

Nella chiesa di San Rocco (1474) sono state dipinte alcune scene della vita del santo. Sul prato dell’edificio sacro si trova l’orto botanico, che conta circa 180 specie locali (stella alpina, genziana, giglio martagone, ecc.), erbe officinali, frutti (tra cui i meli di montagna) e le celebri patate rosse di Starleggia. È gestito dal museo che intende ripristinare le antiche coltivazioni, per esempio vi sono piantati il grano saraceno e il lino.
A breve distanza un sentiero conduce alla grotta di Lourdes, in cui la statua della Madonna poggia su un crott, un riparo naturale per pecore e capre.  La grotta è stata inaugurata nel 1935 da monsignor Tommaso Trussoni.

Sempre nella frazione è possibile ammirare a quota 1341 mun esempio di architettura spontanea di ambiente montano. Dal nome di suoi ultimi proprietari Cà Bardassa è un edificio rurale a destinazione mista (residenza e rustico) ben conservato che risale agli inizi dell’Ottocento, ma con alcune parti più antiche.

Il grande tetto a due falde è rivestito in piòte e sulla facciata domina l’affresco della Madonna (1834). La stalla per piccoli animali era nel seminterrato, mentre all’abitazione sul lato sinistro, e prevedeva un ambiente per la lavorazione del latte. Una scala porta alla balconata del fienile e al piano superiore con altre due stanze e davanti la stüa, una zona con travi di legno e una stufa. L’edificio appartiene alla Comunità Montana ed è gestito anch’esso dal MUVIS.

Istituito come «Monumento Naturale» dalla Regione Lombardia la Caurga della Rabbiosa è una sorta di canyon dove tra le pareti della fessura scavata per oltre 300 m negli gneiss della falda Tambò, il torrente forma rapide, gorghi, polle e marmitte d’erosione, e una cascata di 20 m.

Il percorso inizia poco a valle del ponte di Fraciscio per finire tra le chiuse rocciose vicino al cosiddetto ponte romano di Campodolcino (in realtà costruito durante il Rinascimento su uno preesistente) che si trova dietro la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista. Il ponte in pietra viva è raffigurato sullo stemma comunale.

Sull’Alta Valle Spluga domina la torre di San Sisto a 1770 metri di altezza e a circa un’ora di cammino dalla frazione Starleggia. Attorniata da un bosco di pini e larici risale al 1600, ma una torre vi era già presente in epoca romana. Come le altre che si trovano nella vallata aveva finalità strategiche e militari.

Una funicolare sotterranea  porta da Campodolcino a Motta (1.721 m) in soli 3 minuti, percorrendo 1.406 m con una pendenza del 51 % e  639 m di dislivello. La stazione dello Sky Express è uno tra gli impianti più moderni d’Europa. Una seggiovia esaposto conduce in cima alla montagna all’altezza della statua di Nostra Signora d’Europa (ex Vergine delle Vette) a 2.000 m. di altitudine.

È stata realizzata negli anni Cinquanta per volere di Don Luigi Re, fondatore della Casa Alpina di Motta, e con il particolare contributo degli Alpini. È un’opera dello scultore Egidio Casagrande di Borgo Valsugana, mentre orafi esperti contribuirono al rivestimento aureo. Di fianco al monumento si trovano: un altare, una cripta dedicata ai militari europei caduti nella Seconda Guerra Mondiale e una grande gradinata rivolta verso la Casa Alpina. Al centro del Santuario riposa Don Luigi Re, morto il 14 aprile 1965.

Dopo Campodolcino la strada si snoda in tornanti e attraversa gallerie, affrontando pendenze elevate. L’arrivo è proprio ad Alpe Motta.

Adriana Maria Soldini

 

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