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Rita Atria, una donna simbolo della lotta alla mafia

“È rimasta un simbolo della lotta alla mafia e della volontà di riscatto. Una ragazza di diciotto anni che sceglie la morte come protesta contro i soprusi mafiosi e come testimonianza perenne della volontà di riscatto di un intero popolo”. da Enciclopedia delle donne

 

Sono trascorsi 30 anni dalla strage di Via D’Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta composta da Agostino Catalano, Emanuela Loi, Walter Cosina, Vincenzo Lo Muli e Claudio Traina. 30 anni trascorsi senza verità che come scriveva Eraclito “Non troverai mai se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspettavi di trovare.”

Ricordare Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, il loro impegno per la giustizia e le persone della loro scorta è un atto doveroso per rafforzare la coscienza collettiva della società civile. Fare memoria è un atto di civiltà e di conoscenza per le storie del passato ed è la base su cui si costruisce il nostro futuro. In occasione della commemorazione della strage di Via d’Amelio, fare memoria significa anche ricordare tutte quelle persone che hanno scelto di collaborare per emanciparsi e riscattarsi da una condizione familiare che li aveva condannati ad un’esistenza senza via uscita. E’ la storia e la vita di Rita Atria, una giovane donna divenuta simbolo della lotta alla mafia e della volontà di riscatto.

La vita e la morte della giovane Rita sono strettamente legate alla figura e alla morte del giudice Paolo Borsellino. Ecco il perché!

Rita Atria è nata il 4 settembre 1974 a Partanna, in provincia di Trapani, da Vito Atria, un pastore appartenente a una cosca mafiosa del trapanese, e Giovanna Cannova. Cresciuta in un ambiente tutt’altro che facile, Rita aveva sempre avuto un rapporto privilegiato con il padre Vito. La madre, invece, le era sempre stata ostile, probabilmente perché Rita è stata il frutto di un atto di violenza e non d’amore.

Nel 1985, due giorni dopo il matrimonio del fratello Nicola con Piera Aiello, Don Vito Atria viene ucciso in un agguato, vittima dell’ascesa insanguinata dei Corleonesi ai vertici di Cosa Nostra. Rita era una bambina, aveva solo 11 anni. Il fratello Nicola diventò per lei un riferimento e la persona verso cui riversare la devozione e l’amore avuto prima per il padre. Il loro rapporto diventò intenso e complice al punto tale che il fratello rivelò tanti segreti alla sorella: i nomi delle persone coinvolte nell’omicidio del padre, il movente, chi comandava a Partanna, chi decideva la vita e la morte in quel piccolo comune del trapanese. Purtroppo, nel 1991, all’età di ventisette anni, viene ucciso anche il fratello. Piera Aiello, vedova di Nicola, presente all’assassinio del marito, decise di denunciare i due killer e iniziò a collaborare con la polizia trasgredendo la legge dell’omertà, e per sicurezza fu trasferita a Roma sotto protezione.

Rita Atria resta sola a Partanna, rinnegata dal fidanzato, per il pentimento della cognata, e da sua madre, che lamenta il perduto onore della famiglia a causa di Piera. A pochi mesi di distanza, Rita decise di seguire il coraggioso esempio della cognata. Spinta, inizialmente, da un desiderio di vendetta per la morte del padre e del fratello, oltre che per un moto di rivalsa verso una vita che non aveva scelto, trasformò, successivamente, questo suo desiderio di vendetta, in “voglia di vedere altre donne denunciare e rifiutare la mafia”. Si recò a Marsala da Paolo Borsellino, a cui rivelò tutti i segreti della cosca cui appartenevano il padre e il fratello. Le sue dichiarazioni portarono all’arresto di decine di mafiosi e alla loro condanna, ma anche ad un suo allontanamento dal paese natio per le minacce subite e per essere stata rinnegata dalla madre. Rita fu trasferita a Roma, messa sotto protezione e costretta a cambiare continuamente abitazione.

Il 19 luglio 1992, viene ucciso Paolo Borsellino. Un assassinio che segna definitivamente la vita della giovane ragazza. Una settimana dopo, il 26 luglio, Rita Atria si suicida gettandosi dal settimo piano del palazzo in cui vive. Uno sconforto profondo che Rita racchiuse in queste parole:

Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta“.

Il funerale si tenne a Partanna, non vi partecipò né la madre né il paese. A distanza di qualche mese la madre distrusse con un martello la lapide della figlia posta sulla tomba di famiglia, per cancellare la presenza di chi non si era allineata al codice d’onore.

Nel 2018, l’amministrazione di Luigi de Magistris nell’ambito delle attività della Commissione Toponomastica cittadina intitola alla giovane donna, testimone di giustizia e vittima innocente della mafia, il vicoletto Pietro Colletta, perché “fare memoria” è un dovere da dover rendere a chi perde la vita per mano violenta e criminale. Queste le parole del sindaco Luigi de Magistris durante la cerimonia di intitolazione:

Questa targa non è un esercizio di retorica della memoria ma è un atto per scuotere le coscienze dei narcotizzati, degli indifferenti. Napoli è una città che vuole persone che si schierano perché’ stare a guardare significa stare con chi è il male e noi siamo senza sé e senza ma contro le mafie di strada e contro le mafie che colludono con la politica e le istituzioni”.

a cura di Maria Lippiello, da Spazi di parità. Toponomastica femminile. Luoghi di parità e impronte del femminile nello spazio urbano

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